Intervista al padre della molecola CD38

Intervista al Prof. Fabio Malavasi, Ordinario di Genetica Medica dell’Università di Torino e uno dei fondatori della Fondazione Ricerca Molinette.

Professor Malavasi, quale è la sua storia scientifica?

Da studente in Medicina ho cercato nuove prospettive, andando nel 1972 come Visiting Student a Chicago. Dopo la laurea e 3 anni di attività in Ospedale a Ferrara, ho avuto la fortuna di incontrare un gruppo di ricercatori che lavoravano nell’ Istituto di Genetica Medica all’Università di Torino, radunati attorno al Prof. Ruggero Ceppellini. Il primo insegnamento ricevuto fu che l’ambito della ricerca era il mondo, per cui fui subito inviato negli USA (a New York) e al Basel Institute di Basilea per formare un background culturale e scientifico spendibile ovunque.  Questo ha consentito di entrare in un ristretto gruppo di ricercatori che studiavano le molecole situate sulla superficie dei linfociti con anticorpi monoclonali. Questo approccio, allora totalmente innovativo, permise di identificare molecole che discriminavano tra cellule normali e patologiche. Negli anni successivi si è pensato di trasformare gli anticorpi monoclonali in strumento terapeutico. L’idea è stata quella di sfruttare le caratteristiche biologiche di un anticorpo monoclonale (inizialmente di topo, poi umano o umanizzato) per ottenere un farmaco altamente specifico e selettivo. Il bersaglio più studiato dal mio Laboratorio è stata la proteina CD38, una molecola di superficie cellulare che risale ad oltre 900 milioni di anni nella storia evolutiva della vita. La caratteristica che ha attratto l’attenzione di molti ricercatori e farmacologi è l’espressione ad altissima densità di CD38 in cellule di mieloma multiplo e di selezionate leucemie.

Che cosa si intende per terapia a base di anticorpi?

È una delle innovazioni più significative nella terapia dei tumori, basata sull’ impiego di anticorpi monoclonali come farmaci. Sono farmaci di costo molto elevato, in quanto la loro preparazione richiede un processo lungo e articolato in più fasi. Tra queste ve ne sono due più importanti: la caratterizzazione del bersaglio ottimale e lo sviluppo del farmaco. CD38 è stato selezionato come potenziale bersaglio terapeutico dopo quasi 20 anni di ricerche tra le migliaia di molecole presenti sulla superficie delle celle di mieloma multiplo, una espansione tumorale di plasmacellule. Nella fase di caratterizzazione di CD38 il contributo del Laboratorio è stato ruolo determinante.

La seconda fase è stata la preparazione di un anticorpo monoclonale come farmaco, un processo che solo grandi industrie farmaceutiche possono affrontare. Al momento, più di trenta anni dopo  l’identificazione della molecola vi sono 2 o forse 3 anticorpi specifici per CD38 sviluppati per uso farmacologico, di cui uno approvato per uso clinico.

La storia non è tuttavia finita. La azione attesa di un anticorpo terapeutico specifico per CD38 era sua capacità di indurre morte cellulare selettivamente sulle cellule di mieloma multiplo. Tuttavia

i Laboratori di ricerca hanno dimostrato che gli anticorpi terapeutici spesso esercitano funzioni inattese. Nel caso specifico è emerso che l’anticorpo anti-CD38 ha la capacità di regolare il sistema immune riattivando cellule di difesa contro il tumore che nella maggior parte dei pazienti con mieloma multiplo sembrano dormienti.

Come vede il futuro nel trattamento con anticorpi anti-CD38?

I pazienti affetti da mieloma multiplo e sottoposti alla terapia anticorpale sono difficili da trattare, in quanto spesso hanno già provato quasi tutti i farmaci tradizionali finora disponibili.

Nuovi studi sono però in corso su pazienti in cui il trattamento inizia alla diagnosi della malattia. In questo modo è verosimile immaginare di estendere una significativamente la durata della sopravvivenza e auspicabilmente di raggiungere la guarigione.

Quali sono i prossimi passi nel campo?

Da una parte si sta valutando la possibilità di impiegare gli anticorpi anti-CD38 nella terapia di altre patologie. A Torino è partito un trial clinico sul linfoma cutaneo di Sezary.

Una estensione di questi studi viene portata avanti dalla Prof. Ada Funaro dell’Università di Torino e membro del Consiglio Scientifico della Fondazione. CD38 è parte di una famiglia di geni, che include CD157. E proprio CD157 al momento viene valutato come bersaglio molecolare nella leucemia mieloide acuta ed è stato identificato dalla Prof. Funaro e dal suo gruppo come marcatore dei tumori ovarici e del mesotelioma.

Da cosa è nata la sua scelta di impegnarsi nella Fondazione Ricerca Molinette?

La scelta di creare una struttura non-profit dedicata alla ricerca è stata dettata dalla necessità di mettere a disposizione della comunità scientifica una struttura in grado di fornire a ricercatori e clinici gli strumenti necessari in campi ove Università ed Ospedale non riescono ad intervenire.

 

Alimentazione, attività fisica e tumore al seno. La Professoressa Paola Cassoni risponde

Abbiamo fatto qualche domanda alla professoressa Cassoni, direttore di Struttura Complessa di anatomia e Istologia Patologica 2 U dell’ospedale Molinette – campagna “Donne per le donne” della Fondazione Ricerca Molinette

Professoressa Cassoni, cosa sappiamo sul tumore del seno?

Il tumore del seno rappresenta la neoplasia più frequente nelle donne, in tutte le fasce d’età: 0-49 anni (41%), 50-69 anni (36%), ≥70 anni (21%). È ancora oggi la prima causa di decesso per patologia oncologica in Italia, nonostante la mortalità si sia significativamente ridotta negli anni, grazie a terapie più efficaci e ai programmi di prevenzione periodica.

Quali sono i fattori che possono determinare l’insorgere di questo tipo di tumore?

Diversi sono i fattori  di rischio che predispongono la donna a sviluppare il tumore del seno. Tra i classici vi sono l’età, la familiarità, i disquilibri ormonali, le radiazioni ionizzanti e, non ultimi, i fattori ambientali, tra i quali le abitudini alimentari e la scarsa attività fisica

Alimentazione e attività fisica sono due fattori che possiamo controllare?

Esatto. È stato dimostrato come un cambiamento dello stile di vita, che prevede una restrizione calorica associata ad un’adeguata attività fisica, sia in grado non solo di prolungare la sopravvivenza, ma anche di ridurre l’incidenza e la progressione del cancro della mammella. Tuttavia, ancora poco si conosce su un’eventuale associazione tra stile di vita e biologia tumorale e, in particolare, come un eccessivo sovrappeso o abitudini alimentari non corrette, possano influire sull’ insorgenza di una lesione in una donna sana.

Sappiamo già che la ricerca è essenziale nella lotta contro tutti i tipi di tumori. Con riferimento agli studi che state svolgendo cosa vi aspettate di dimostrare?

Lo studio condotto dalla Dott.ssa Castellano e dal team di ricerca mira a stabilire un legame netto fra alimentazione, attività fisica e insorgenza di tumore alla mammella, in donne sane e senza fattori di rischio. Potrebbe emergere in modo chiaro una relazione a catena fra stile di vita e sviluppo del carcinoma mammario. Inoltre, dall’analisi delle caratteristiche cliniche della paziente e della biologia tumorale si potrà comprendere meglio se e quali tumori mammari è possibile combattere “a monte” della loro insorgenza.

L’oncologia medica dell’ospedale Molinette – l’esempio della Dott.ssa Sara Bustreo

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