Per raccontarvi in modo trasparente cosa succede all’interno di un grande ospedale durante l’epidemia Covid-19 abbiamo chiesto alla Dott.ssa Gitana Scozzari (in foto, al lavoro), dirigente medico presso la Direzione sanitaria del Presidio Molinette, di raccontarci come le Molinette e il personale sanitario si sono adattati alla nuova fase. Ne è emerso un quadro intenso e complesso, lontano dai toni allarmistici che caratterizzano l’informazione di questo periodo, ma ricco di spunti di riflessione. Di seguito, pubblichiamo la testimonianza completa.

 

Buongiorno Dottoressa Scozzari, può dirci come si sta affrontando l’emergenza a Città della Salute e, in particolare, alle Molinette?

Le dimensioni dell’emergenza, e la rapidità con cui l’emergenza stessa si è manifestata e ha investito le Strutture sanitarie, hanno imposto una rapidissima riorganizzazione di tutta quella complessa macchina che è l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino. Per le caratteristiche della patologia che stiamo affrontando, che colpisce in prevalenza le età avanzate e i soggetti con comorbidità, l’Ospedale Molinette è stato fin da subito in prima linea nella gestione della crisi, che non ha peraltro risparmiato gli altri Presidi, seppur in una fase successiva e su numeri, per ora, più contenuti.

Alle Molinette abbiamo operato una celere riorganizzazione di tutti i percorsi di cura: fin da subito a livello dell’Emergenza nel Pronto Soccorso, successivamente nei reparti di ricovero e nelle terapie intensive e, in una fase successiva, anche nei percorsi ambulatoriali. Questo ha richiesto la concentrazione di tutte le energie nei confronti della malattia che stavamo affrontando, limitando pertanto tutte le attività dirette ad altre patologie: abbiamo ridotto al minimo indispensabile le attività di ricovero e cura non legate al Covid-19 per liberare spazi e personale sanitario, da dedicare ai malati di Covid-19. Per la natura stessa della nostra Azienda, e dell’Ospedale Molinette, questo non è stato possibile al 100%, perché dobbiamo garantire la presa in carico di tutte le urgenze chirurgiche e di tutte le patologie ad alta complessità (quali, per fare un esempio, i trapianti d’organo): questo raddoppia gli sforzi, perché significa gestire al meglio possibile i malati di Covid-19, in particolare i più gravi di loro, ricoverati in terapia intensiva e sub-intensiva, ma al contempo garantire qualità e sicurezza delle cure ai pazienti non Covid.

Tutto ciò ha significato:

  • instaurare da subito un serrato controllo di tutti coloro che entrano in Ospedale (postazioni di pre-triage esterno con controllo della temperatura corporea e di sintomi respiratori da parte di personale sanitario);
  • differenziare i percorsi dei pazienti (percorsi differenziati all’interno del Pronto Soccorso, delle Radiologie, dei Laboratori, della Banca del Sangue, ecc.);
  • sovraintendere al flusso crescente di tamponi da inviare alla Microbiologia;
  • creare Reparti di ricovero, sale operatorie, spazi ambulatoriali dedicati ai pazienti Covid-19.

La gestione dei pazienti affetti da Covid-19 è stata da subito, ed è tuttora, una sfida organizzativa, oltre che clinico-scientifica, basti pensare alle difficoltà di approvvigionamento di farmaci che prima dell’emergenza erano usati in quantità completamente diversa, di dispositivi specifici quali i caschi da CPAP, o banalmente le difficoltà legate alla necessità di impedire l’accesso di parenti e familiari, che ci ha portato a creare un sistema di telefonate quotidiane alle famiglie dei ricoverati per fornire aggiornamenti sullo stato di salute dei loro cari (ma anche, purtroppo, talora per comunicare il decesso di un congiunto a persone in isolamento domiciliare). Ridurre al minimo indispensabile l’ingresso a parenti e accompagnatori ci permette di contenere il più possibile i rischi di contagio, ma si traduce in un carico assistenziale maggiore per il personale sanitario, oltre che in un importante carico di ansia e spaesamento per il paziente e per i suoi familiari.

Abbiamo purtroppo dovuto riorganizzare anche tutte le attività legate ai pazienti deceduti: ridurre i rischi di contagio ha imposto la rigorosa riduzione del numero di visitatori nelle Camere mortuarie e, da subito, il divieto di esposizione a cassa aperta; questo ha significato, per molte persone, non vedere più il proprio caro dal giorno del ricovero.

Ancora, dobbiamo gestire i trasporti al domicilio dei pazienti dimessi, i trasferimenti presso altre Strutture di ricovero e quarantena, e proseguire l’attività di monitoraggio e follow-up dei pazienti in cura presso tutte le Strutture dell’Ospedale, privilegiando contatti ‘in remoto’ con il paziente, seguito telefonicamente e via email dai medici curanti.

Oltre alla gestione dei pazienti, l’emergenza sanitaria ci ha portato da subito a dedicarci anche al personale sanitario, sia quello in servizio, spesso trasferito in altre Strutture per far fronte alle riorganizzazioni e quindi da formare e affiancare, sia purtroppo quello colpito dalla malattia, con un grosso sforzo organizzativo della Medicina del Lavoro per monitorare lo stato di salute e l’allontanamento dal servizio di grossi numeri di dipendenti.

Ed è importante ricordare che quando parliamo di riorganizzazioni di attività sanitarie, parliamo del lavoro e impegno di tante e diverse figure: se la Direzione sanitaria è in prima linea nel riprogettare e riorganizzare, questo è reso possibile dal lavoro di medici e infermieri che si adattano a cambiare sede e modalità di lavoro, ma significa anche personale amministrativo che rende tracciabili e misurabili attività completamente stravolte, personale tecnico che assicura il funzionamento della macchina-Ospedale, significa una farmacia ospedaliera che sta dietro a mutamenti repentini delle necessità e delle richieste, magazzini che devono fronteggiare carenze nuove e inattese (basti pensare al consumo di DPI), servizi di portineria che ogni giorno cambiano schemi consolidati di lavoro, una Struttura di Relazioni con il Pubblico che deve fornire informazioni certe e chiare all’utenza in momenti in cui le cose cambiano ogni venti minuti, e tanti altri servizi e operatori che certamente avrò dimenticato, ma che rendono possibile, ogni giorno, curare i pazienti. E se questo è già abbastanza difficile in tempi ‘normali’, durante un’emergenza sanitaria legata a una patologia poco conosciuta è a dir poco straordinario.

Può darci un quadro sintetico della situazione attuale, in termini di bisogno di cure e risposta?

Oggi, alle Molinette, abbiamo reparti di ricovero per pazienti Covid che non necessitano di ventilazione, reparti per pazienti ventilati con C-PAP e rianimazioni dedicate. Abbiamo sale operatorie dedicate ai pazienti positivi o sospetti e ambulatori dedicati. Inoltre, tutti i percorsi diagnostici (i laboratori di analisi, le Radiologie, l’Anatomia patologica, ecc.) e terapeutici (sale operatorie, ambulatori, servizi trasfusionali, ecc.) sono stati separati tra pazienti positivi al Coronavirus e pazienti negativi.

Al momento attuale, a circa un mese e mezzo dall’inizio dell’epidemia, inizia lentamente a ridursi la pressione sul Pronto Soccorso e sui reparti di ricovero, ma è ancora molto forte la pressione sulle terapie intensive, ed è prevedibile una crescita della necessità di monitorare e seguire i pazienti dimessi al domicilio o in Strutture di ricovero territoriali.

Quali sono le maggiori criticità cui si deve far fronte in Ospedale?

  • difficoltà di approvvigionamento di beni sanitari che, prima dell’emergenza, avevano dei consumi inferiori (i dispositivi di protezione individuale, determinati farmaci, reagenti per i test microbiologici);
  • limiti strutturali che rendono difficile ampliare l’offerta di cure complesse: se aumentare i posti letto di un reparto è relativamente semplice, aumentare i posti di una Terapia intensiva richiede apparecchiature, strumenti e strutture adeguate;
  • problematiche relative al personale sanitario: il personale, già ridotto a causa di colleghi malati o isolati al domicilio, sta reggendo ormai da diverse settimane a carichi di lavoro eccezionali anche sotto il profilo emotivo. In più, trasferire personale a Strutture diverse, riorganizzate per far fronte all’emergenza, non è un passaggio semplice o rapido, basti pensare al bagaglio di competenze e abilità che ha un infermiere di terapia intensiva o di dialisi, bagaglio non certo rimpiazzabile nei tempi che l’emergenza richiederebbe.

Abbiamo assistito a una maratona di generosità a favore degli ospedali. Questa stessa Fondazione sta contribuendo con una propria Campagna. Da quel che vede in prima persona alla Città della Salute e della Scienza, queste risorse aggiuntive stanno impattando positivamente? Qual è il loro valore aggiunto?

La Sanità Pubblica, e tutti coloro che ci lavorano, è ovviamente abituata a funzionare grazie a soldi pubblici, al contributo di tutti i cittadini. Ognuno di noi ha ben presente che lavora e riceve uno stipendio grazie alle tasse dei cittadini, e siamo abituati a trattare i soldi pubblici con il rispetto che meritano.

Oggi, di fronte a una gravissima emergenza sanitaria che, da un lato, ha reso evidenti le forti carenze di personale e dotazione delle Aziende sanitarie e, dall’altro, ha spinto tanti cittadini a voler dare un contributo (che, ricordiamolo, è aggiuntivo rispetto a quanto già pagano con le tasse), non possiamo che essere doppiamente gratificati da questo aiuto. Doppiamente perché le donazioni e gli aiuti economici ci permettono di attenuare le principali criticità legate ad esempio ai DPI, ma anche perché ci fanno toccare con mano il rispetto, l’affetto e il senso di gratitudine dei cittadini per quello che facciamo. E questo aiuta, e molto, a sopportare queste giornate difficili.

È impossibile fare previsioni di lungo periodo, ma secondo Lei, passata l’emergenza, su cosa sarà necessario puntare per rafforzare il sistema attuale, alla luce della lezione imparata?

Da questa tragica emergenza usciremo tutti, operatori sanitari e cittadini, molto provati. Avremo lutti e ferite da curare, e questo richiederà tempo. Ma sarà anche una straordinaria occasione per cambiare in meglio. Per quanto riguarda le Strutture sanitarie, sicuramente possiamo diventare migliori se saremo più attenti alla selezione in ingresso del personale ma anche, una volta selezionato il personale, alla sua formazione continua, all’aggiornamento anche in tema di emergenze sanitarie, al benessere lavorativo di ogni singolo operatore, perché ogni singolo operatore può essere determinante in un momento di crisi. Saremo migliori se rifletteremo sul nostro funzionamento interno (sistemi informativi sanitari e amministrativi realmente integrati e funzionali, capacità di gestione dei dati, gestione rapida ed efficiente dei magazzini, ripensamento dell’organizzazione interna di spazi e personale affinché l’Ospedale intero sia in grado di adattarsi a modifiche repentine delle richieste sanitarie, snellimento degli iter amministrativi e ‘sburocratizzazione’) ed esterno (forme snelle di collaborazione tra Aziende sanitarie, tra ospedale e territorio, tra Enti sanitari e Istituzioni amministrative, tra Sanità, Università, Enti di Ricerca e aziende).

Saremo migliori se sapremo studiare quello che è successo, e se sapremo imparare da ogni singolo errore commesso.