La dottoressa Sara Bustreo è un’oncologa, dirigente medico di primo livello all’interno della Struttura Complessa Oncologia Medica I diretta dal Dott. Libero Ciuffreda. Negli ultimi tredici anni ha studiato e lavorato presso l’ospedale Molinette, occupandosi di varie tipologie di tumori, come quelli del distretto testa-collo, della mammella e del colon-retto. La Fondazione Ricerca Molinette l’ha supportata con una borsa di studio per un progetto di ricerca nel follow up dei pazienti oncologici.

Dott.ssa Bustreo quali sono le sue attività all’interno dell’ospedale Molinette?

Il contatto quotidiano con le problematiche inerenti il paziente e la malattia oncologica rappresenta sicuramente la parte più complessa e al tempo stesso più ricca del mio lavoro quotidiano. La gestione clinica del paziente oncologico di cui mi occupo avviene prevalentemente in Day Hospital e in reparto. Inoltre mi occupo di ricerca clinica e collaboro alla stesura di pubblicazioni scientifiche edite a stampa.

Come si svolge la sua giornata?

A seconda dei turni stabiliti in equipe, svolgo la mia attività clinica in ambulatorio, in Day Hospital o in reparto, occupandomi dei pazienti oncologici. L’interazione con il malato è attiva e si snoda in più fasi, passando dalla prescrizione della terapia oncologica alla valutazione dei “bisogni” del paziente e dei suoi familiari.

Quali sono i principali bisogni dei pazienti?

Dipendono dal momento in cui si trova il paziente nel percorso di cura della neoplasia. Infatti nel percorso di cura, accanto alla richiesta esplicita di ricevere una cura oncologica specifica, ci sono una serie di bisogni non verbalizzati di grande importanza. Tra questi bisogni vi è la necessità dei pazienti di sentirsi accolti e supportati a livello psicologico, di essere considerati persone inserite in un contesto socio-culturale-economico, che il cancro mette in discussione. I bisogni del paziente che ogni giorno affronto sono “dinamici” ossia cambiano in funzione delle caratteristiche del paziente (ad es. ruolo sociale, sede abitativa, età…) e della fase della terapia.

A suo avviso che tipo di progressi sono stati fatti nella cura e nella ricerca oncologica negli ultimi anni?

Credo che uno dei progressi più significativi sia stato il progressivo affiancamento alla chemioterapia delle terapie a bersaglio molecolare e dell’immunoterapia. L’oncologia è sempre più di precisione. Il grande cambiamento e al tempo stesso la sfida è poter utilizzare quindi un armamentario terapeutico sempre più ricco,  senza dimenticare la complessità della persona-paziente, che resta il protagonista della cura.

Quando parla di immunoterapia a cosa si riferisce?

Parlo, ad esempio, dei farmaci immunoterapici introdotti di recente nella terapia del melanoma, del tumore del polmone e del rene, che hanno consentito in alcuni pazienti un considerevole miglioramento in termini di sopravvivenza complessiva. L’immunoterapia ha però un importante impatto economico rispetto alla tradizionale chemioterapia, per cui diventa necessario individuare quali pazienti possano potenzialmente giovarsene di più rispetto ad altri. In quest’ottica l’oncologo può richiedere di testare all’anatomo patologo alcuni bio-marcatori utili a indirizzare meglio le terapie immuno-biologiche disponibili, che vanno poi valutate e indicate in ambito multidisciplinare.

Quando parla di ambito multidisciplinare a cosa si riferisce?

Con ambito multidisciplinare intendo che l’approccio al paziente oncologico non può prescindere da una coralità di professionalità esperte, che insieme sono in grado di delineare il percorso diagnostico-terapeutico più adeguato a ogni singolo caso. Nell’Oncologia in cui lavoro, questo concetto prezioso, si concretizza nei GIC, ovvero i gruppo interdisciplinare di cura.

E’ anche questa multidisciplinarietà un progresso fatto negli ultimi anni?

Direi proprio di sì. A mio avviso i progressi fatti possono essere suddivisi in tre categorie. Prima di tutto l’identificazione di terapie bersaglio sempre più specifiche. In secondo luogo l’ottimizzazione del percorso di cura, che prende in considerazione anche aspetti che vanno al di là della malattia, ovvero gli aspetti psicologici, le problematiche familiari e quelle sociali che emergono quando ci si ammala di cancro. In terzo luogo la multidisciplinarietà nella gestione delle cure, che è sicuramente uno dei pilastri portanti dell’avanzamento dell’efficacia delle cure in oncologia.

In che modo la Fondazione Ricerca Molinette ti ha aiutata nel percorso di ricerca medica?

Il supporto della Fondazione è stato per me fondamentale. Infatti per due anni, dal 2016 al 2017 ho ottenuto una borsa di studio finanziata dalla Fondazione Ricerca Molinette, ispirata al progetto Stili di Vita della Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta. La mia ricerca è stata prevalentemente di tipo clinico. In particolare, mi sono occupata nell’ambito del follow up oncologico di pazienti con carcinoma del colon retto e della mammella sottoposti a chirurgia e successivo trattamento medico chemioterapico post-chirurgico a intento precauzionale, seguiti da equipe medico-infermieristica patologia-dedicate. I potenziali vantaggi di un follow up condotto adeguatamente sono diversi: è un accompagnamento globale del paziente che dura in media 5 anni dal momento in cui si attesta la guarigione dalla malattia oncologica e che ha l’obiettivo di intercettare e gestire precocemente eventuali tossicità tardive derivate dalla terapia effettuate, secondi tumori, recidive. Inoltre punto cruciale della ricerca condotta era orientare correttamente lo stile di vita e correggere l’alimentazione di pazienti potenzialmente guariti, allo scopo di impattare positivamente sulla riduzione di recidive di malattia nel tempo.